02/08/2018 - MORTI ALLA LAMINA: ACCERTATA LA MANCANZA DI FORMAZIONE E PREVENZIONE, DATORE DI LAVORO ACCUSATO DI OMICIDIO COLPOSO

MORTI ALLA LAMINA: ACCERTATA LA MANCANZA DI FORMAZIONE E PREVENZIONE, DATORE DI LAVORO ACCUSATO DI OMICIDIO COLPOSO

I PM Letizia Mocciaro e Gaetano Ruta hanno notificato un avviso di conclusione delle indagini che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo a carico del legale rappresentante Roberto Sammarchi dell’azienda LAMINA (32 dipendenti). Al datore di lavoro viene imputata la mancata predisposizione di taluni obblighi di formazione dei lavoratori e la totale assenza di alcuni fondamentali DPI (Dispositivi di Protezione Individuale). Pure indagata la società in base alla Legge 231 del 2001 sulla Responsabilità Amministrativa degli enti i cui modelli organizzativi non abbiano prevenuto reati commessi dai vertici nell’interesse aziendale.

Secondo quanto accertato dalle indagini, i quattro dipendenti soffocati dall’argon non avevano autorespiratori e imbragature. Il forno dove si è verificato l’incidente, inoltre, poggiava all’interno di una fossa rettangolare alta 2,20 metri e dal volume di 55-60 metri cubi, senza ventilazione meccanica. I periti del pool del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano hanno accertato che la percentuale di ossigeno diminuiva man mano che si scendeva nella fossa, raggiungendo nel piano di calpestio il valore di 0,2% (contro il normale 20.8%). Nella fossa esisteva un sensore dell’ossigeno, ma posto a 1,1 metri da terra, altezza che dunque non consentiva di operare in sicurezza al lavoratore eventualmente chinato (come l’elettricista), e che quindi non faceva del sensore un autentico sistema di sicurezza.

I PM, dunque, accusano il datore di lavoro di non avere valutato nello specifico il rischio di anossia (mancanza totale di ossigeno) per contaminazione ambientale con l’argon nel momento in cui in fabbrica nel 1992 l’azoto era stato sostituito da questo gas ben più pericoloso (in quanto dotato di peso specifico maggiore dell’aria e quindi tendente a stagnare). La non valutazione si sarebbe tradotta in mancata predisposizione di misure necessarie a limitare il rischio, quali ad esempio la necessità di fornire ed addestrare i lavoratori all’uso di autorespiratori (che non utilizzano l’aria esterna) proprio per permettere la sopravvivenza in ambienti privi di ossigeno, o di imbraghi di sicurezza atti a facilitare il soccorso e recupero degli operai in difficoltà. Viene poi contestata l’assenza di ventilazione in grado di riportare la concentrazione di ossigeno a livelli di sicurezza, nonché di un sistema di erogazione dell’argon che ne evitasse l’accumulo in fossa.

Fonte: milano.corriere.it


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